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Intervento di cataratta, come affrontarlo al meglio

Com’è noto, l’intervento di cataratta è uno dei più diffusi e praticati al mondo. L’ormai consolidata esperienza sul campo e l’uso di tecnologie sempre più sofisticate, hanno fatto di questa pratica chirurgica una procedura di routine molto sicura. Ma anche veloce e indolore. A questi aspetti si aggiungono le novità che periodicamente provengono dal mondo della ricerca. In particolare, i ricercatori hanno approfondito i benefici derivanti dalla somministrazione di un mix di integratori a base di vitamina D per uso topico nei giorni che precedono l’operazione di cataratta. Ma entriamo nel merito della questione.

Più integratori, meno secchezza oculare post operatoria

Come detto, l’intervento di cataratta è una procedura che ad oggi non presenta particolari controindicazioni. E che, al contrario, offre innumerevoli benefici sul fronte della salute oculare così come, di riflesso, anche sul piano psicofisico. Tuttavia, può capitare che qualche paziente sperimenti un lieve discomfort post operatorio sotto forma di secchezza oculare, arrossamento, bruciore, sensazione di corpo estraneo. Una sintomatologia non grave e spesso del tutto transitoria che però, ove trascurata, può tendere a cronicizzarsi, assumendo i contorni di una vera e propria patologia: la Sindrome dell’Occhio Secco

Secondo i risultati di una ricerca scientifica italiana illustrata recentemente sulle pagine dell’autorevole rivista scientifica Advances in Therapy, le probabilità di andare incontro ad un discomfort oculare caratterizzato da secchezza possono essere ridotte al minimo grazie ad un particolare mix di integratori somministrati localmente. Si tratta di un collirio a base di vitamina D, vitamina A, omega 3 e liposomi.

La somministrazione avviene prima dell’intervento di cataratta

La scoperta scientifica propone un cambio di prospettiva interessante. Fino a ieri si proponevano sostituti lacrimali e soluzioni idratanti da somministrare nel periodo post operatorio. Il nuovo collirio frutto della ricerca italiana si instilla invece nel periodo pre operatorio, preparando di fatto la superficie oculare all’intervento. I principi attivi del collirio, infatti, svolgono un ruolo preparatorio all’intervento di cataratta stimolando i naturali meccanismi di difesa della superficie oculare. Ancora, essi esercitano un’azione protettiva ed antinfiammatoria, favorendo la produzione delle componenti caratterizzanti il film lacrimale.

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Meditazione mindfulness contro il glaucoma: funziona?

meditazione - CAMO - Centro Ambrosiano Oftalmico

Il glaucoma di tipo cronico, chiamato anche glaucoma ad angolo aperto, fa generalmente il suo esordio intorno ai 40 anni di età. E’ una patologia che si caratterizza per un aumento lento ma incessante della pressione intraoculare. Questo aumento di pressione è causato da un accumulo anomalo di liquidi all’interno delle strutture oculari. Quando questo accade, si innesca uno stato di sofferenza per l’intero apparato oculare, ma in particolar modo per il nervo ottico, che a lungo andare ne risulta danneggiato. Oggi una ricerca scientifica ha messo in evidenza come la meditazione mindfulness possa aiutare a controllare e persino ad abbassare la pressione intraoculare. Cerchiamo di capire il perché. 

Che cos’è il glaucoma cronico

Il glaucoma cronico è una patologia meno pericolosa del glaucoma acuto. Mentre il glaucoma acuto esordisce e peggiora molto repentinamente, il glaucoma cronico fa la sua comparsa intorno ai 40 anni circa, e progredisce in modo molto lento. Spesso il paziente non ne è del tutto consapevole fino a quando i danni prodotti dalla patologia non cominciano a manifestarsi in modo evidente. A quel punto tornare indietro è davvero molto difficile. Perché quando il nervo ottico è danneggiato, ripararlo si rivela impossibile. L’unica cosa da fare è cercare di controllare la pressione intraoculare e cercare di creare una via d’uscita all’umor acqueo che si accumula all’interno dell’occhio. Per raggiungere questo duplice obiettivo si ricorre a diversi metodi: si va dai colliri farmacologici fino agli interventi chirurgici.

Come si diagnostica il glaucoma

Come detto, la diagnosi di glaucoma non sempre arriva in modo tempestivo. Ecco perché è importante fare prevenzione durante tutta la propria vita, dall’infanzia passando per l’età adulta sino all’età più avanzata. Ad ogni modo, per giungere alla diagnosi di glaucoma non è necessario effettuare particolari esami invasivi. Gli esami che consentono di diagnosticare la patologia sono: tonometria, tachimetria (esame dello spessore corneale), esame del campo visivo, esame del fondo oculare.

Ridurre lo stress per abbassare la pressione intraoculare

Come detto, nel glaucoma cronico uno degli obiettivi principali è quello di ridurre la pressione intraoculare. Sembra che  stress ed ansia siano componenti spesso presenti in chi soffre di glaucoma, rivestendo il duplice ruolo di causa e di conseguenza della patologia. Il cortisolo, l’ormone dello stress, è responsabile dell’aumento della pressione oculare, e si innesca pertanto un circolo vizioso tale per cui chi soffre di glaucoma si sente ansioso e stressato, ma così facendo non fa altro che peggiorare la sua sintomatologia. Oggi una ricerca scientifica ha dimostrato come la meditazione mindfulness sia fondamentale per provocare una risposta di rilassamento capace di migliorare sensibilmente lo stato di stress del paziente. Come conseguenza, i livelli di cortisolo si abbassano, e con essi anche la pressione intraoculare.

Meditazione mindfulness contro il glaucoma: la ricerca

Alla ricerca hanno preso parte due gruppi di pazienti affetti da glaucoma cronico. Il primo gruppo ha preso parte a sessioni quotidiane di meditazione mindfulness della durata di 60 minuti per 21 giorni. Il secondo gruppo invece non vi ha preso parte. Al termine dello studio è emerso come chi avesse partecipato alle sessioni di meditazione, mostrasse livelli sensibilmente più bassi dei cosiddetti biomarcatori di stress (livelli di cortisolo, livelli di ossigenazione del cervello, riduzione dello stress ossidativo ed altri) rispetto a chi non vi aveva preso parte. 

Fonte: Ncbi.nlh.nih.gov

Le uova aiutano a prevenire la maculopatia

maculopatia - CAMO - Centro Ambrosiano Oftalmico

La maculopatia è una patologia oculare che colpisce la parte centrale della retina, chiamata appunto macula. Con l’avanzare dell’età, complici il processo di invecchiamento cellulare ed altri fattori predisponenti sia genetici che ambientali, può succedere che la macula si deteriori e che perda la sua funzionalità. Oggi una ricerca scientifica parla chiaro: consumare uova fa bene proprio alla macula ed aiuta a prevenire l’insorgenza della patologia. 

Cos’è la maculopatia?

Come brevemente anticipato, la maculopatia è una patologia della parte centrale della retina. Chi soffre di maculopatia va incontro ad un progressivo ed irreversibile deterioramento dei fotorecettori, microscopiche strutture responsabili, quando sane e perfettamente funzionanti, del buon andamento della funzione visiva e della visione a colori. Poiché la macula si trova nella parte centrale della retina, proprio in corrispondenza della pupilla, il danno prodotto dalla maculopatia interessa la visione centrale, mentre quella periferica rimane inalterata.

Ecco i risultati della ricerca scientifica sul consumo di uova

La ricerca, pubblicata recentemente sulla rivista scientifica Clinical Nutrition, ha dimostrato come chi consuma da 2 a 4 uova la settimana abbia il 49% di probabilità in meno di contrarre la maculopatia rispetto a chi consuma un uovo o meno la settimana. E non solo: se si prende in esame solamente la tipologia essudativa della patologia, questa percentuale sale al 62%. La ricerca è stata condotta dalla professoressa Bamini Gopinath, docente di epidemiologia al Westmead Institute for Medical Research, in Australia. Alla ricerca hanno preso parte 3654 individui, le cui abitudini alimentari sono state monitorate per un periodo di ben 15 anni, compilando questionari specifici ed indicando il loro consumo di uova.

Perché le uova fanno così bene alla vista?

Il “segreto” che fa delle uova un alimento così sano e prezioso per la vista è presto detto: esse contengono luteina e zeaxantina, due antiossidanti naturali capaci di agire da filtro nei confronti dei raggi luminosi regalando un benefico effetto “occhiali da sole“. E non solo: questi due carotenoidi rivestono un ruolo di primo piano nel controllo dei fenomeni ossidativi responsabili dell’insorgenza di tante patologie oculari legate a doppio filo all’invecchiamento cellulare.

Leggi anche: prevenire la cataratta? Si può, con la luteina! 

Fonte: ClinicalNutritionJournal.com

 

 

 

Lenti a contatto medicinali: quale utilità?

lenti a contatto - CAMO - Centro Ambrosiano Oftalmico

Noi tutti siamo abituati a concepire le lenti a contatto come protesi da utilizzare per sopperire alle carenze visive. E se avessero invece un vero e proprio scopo terapeutico? Recentemente, Google e Novartis hanno annunciato che stanno lavorando alla la messa a punto di una nuova generazione di lenti a contatto con per monitorare i livelli di glicemia. Un’altra funzione decisamente interessante che le lenti a contatto potrebbero esercitare, è quella di rilasciare nanoparticelle di farmaci a livello oculare. 

Lenti a contatto medicinali o collirio?

Alcuni anni fa, i ricercatori dell’Università della Florida hanno realizzato delle lenti a contatto particolarmente morbide contenenti minuscole particelle capaci di rilasciare, lentamente e sul lungo periodo, diversi tipi di medicinali. Lo studio – pubblicato su American Chemical Society – partiva dal presupposto che molti farmaci oftalmici si disperdono con le lacrime stesse e dunque, anche se la posologia indicata dallo specialista viene rispettata, parte dell’effetto terapeutico si perde. Quanto alle tipologie di farmaci potenzialmente “rilasciabili” dalle suddette lenti, in quell’occasione i ricercatori avevano avanzato la proposta di sfruttare la nuova tecnologia per somministrare antibiotici o farmaci a base di vitamina E contro il glaucoma.

Fonte: News-medical.net

Lenti a contatto a rilascio di farmaci antistaminici? Sì grazie!

Più recentemente, uno studio pubblicato su Cornea, ha dimostrato che è possibile anche somministrare farmaci antistaminici attraverso le lenti a contatto. Ci riferiamo alla molecola del ketitofene, normalmente prescritta e somministrata per il trattamento della congiuntivite allergica. I test condotti dagli studiosi hanno dimostrato i positivi effetti terapeutici derivanti dall’uso di lenti a contatto medicali a rilascio di farmaco antistaminico. Potrebbero essere presto disponibili sul mercato, insomma, delle lenti a contatto medicinali ad effetto antistaminico: l’ideale per chi soffre di congiuntivite allergica.

Lenti medicali sì, ma senza potere diottrico

Un sistema – quello del rilascio di nanoparticelle di farmaco tramite lenti a contatto – la cui potenzialità potrebbero essere davvero non sottovalutabili, e che potrebbe portare beneficio anche a pazienti affetti da diverse patologie oculari. Tuttavia, vale la pena di sottolineare che le lenti medicinali in questione non hanno anche un potere diottrico, e che non possono essere indossate assieme a quelle che normalmente si indossano per correggere le proprie carenze visive. Insomma: o l’una, o l’altra.

Fonte. Healio.com

 

Scoperti 261 nuovi geni responsabili della cecità

La correlazione tra il patrimonio genetico di ciascun individuo e le malattie ereditarie è ancora oggetto di studio da parte di ricercatori e scienziati di tutto il mondo. Oggi, una ricerca pubblicata su Communications Biology ha individuato 261 geni corresponsabili di patologie che conducono alla cecità. Vediamo i dettagli di questa ricerca. 

L’obiettivo della ricerca è quello di diagnosticare con maggior precisione alcune patologie ereditarie così da formulare trattamenti più efficaci e più mirati di volta in volta, con particolare riferimento a quelle malattie che ad oggi ancora non hanno cura. Per fare ciò, gli studiosi hanno “disattivato” alcuni geni su cavie animali, per monitorare l’andamento del loro stato di salute e per verificare se i geni disattivati hanno o meno un ruolo di primo piano nell’esordio o nell’andamento di determinate patologie ereditarie.

I risultati dello studio

I risultati sono stati davvero non trascurabili, se si considera che la ricerca ha consentito di individuare ben 261 nuovi geni corresponsabili di patologie ereditarie che conducono alla cecità. A conclusione dello studio, si evince che, trovando il modo di “spegnere” o “disattivare” i geni “difettosi”, si potrebbe porre rimedio ad alcune patologie genetiche che ad oggi non trovano soluzione e che sono in grado di innescare problemi oculari di una certa entità e di condurre a gravi stati di ipovisione.

Fonte: Nature.com